Perchè praticare zazen ?

Jacques Castermane

Per una sola ragione, una ragione che non è ragionevole: il risveglio dell’uomo alla sua vera natura di essere umano.
Il maestro zen Shohaku Okumura ci invita a lasciare che si riveli il nostro essere-nudo.(1)
Graf Dürckheim parla del nostro essere essenziale.

Che cos’è ciò che chiamate essere essenziale? Quando gli posi questa domanda, il Vecchio Saggio della Foresta Nera mi disse: "Voi non potete porre questa domanda, perchè quello che indico come il nostro essere essenziale non è un -ciò-, non è qualcosa che potrebbe essere defininito e classificato entro le categorie della ragione. Ma, paradossalmente, ogni persona, nel corso della propria esistenza, può fare esperienza della sua vera natura, l’esperienza della propria essenza ". In che cosa consiste questa esperienza?

"È l'esperienza di una qualità che si presenta attraverso la sensazione".
Si tratta dell’esperienza rivelatrice o della rivelazione sperimentata di un insieme di valori dell’essere, tra i quali quello che mi sembra mancare di più all’uomo contemporaneo: la calma interiore. Forse è la nostalgia di questa maniera d’essere al mondo a far sì che la parola meditazione faccia oggi registrare grandi indici di ascolto?
Meditazione buddhista, meditazione cristiana, meditazione laica, meditazione Vipassana, meditazione Taoista... quale scegliere? Ciascuno decida. Ma è senza dubbio importante sapere che la pratica chiamata zazen non ha niente a che vedere con queste molteplici proposte che non fanno altro che opporre i fautori dell’una ai partigiani dell’altra.
Zazen è la pratica meditativa SENZA oggetto, SENZA scopo. Quando chiedo a Graf Dürckheim se può offrirmi una buona ragione per praticare zazen ogni giorno, egli risponde : "Perchè praticare zazen ogni goirno? Per una sola ragione... perchè è l’ora".
Sebbene non sia incoraggiante, questa risposta è capitale. Tanto più oggi che gli animatori di una meditazione detta moderna (?) propongono ai loro seguaci una lista che riunisce cento (100) benefici allettanti.
Senza o cento ! Nonostante l’enunciato identico non bisognerebbe confondere la preposizione che sottolinea l’assenza con l’aggettivo numerale che presume il molto."Dal momento in cui si comincia a promettere a coloro che fanno un esercizio la salute o il successo, questo non ha più niente a che fare con l’esercizio chiamato zazen" (K.G. Dürckheim).
All’inizio del suo soggiorno in Giappone (1937-1947) Graf Dürckheim praticava regolarmente zazen a fianco di un monaco zen di una certa età.

«Posso chiedervi in che cosa consiste il vostro esercizio dopo più di quarant’anni di pratica? » Risposta del vecchio uomo: «È difficile... Cerco di arrivare al punto in cui sento che il respiro va e viene da sè e... quando vi arrivo, è davvero sorprendente... tutto in me si calma!»
Risposta che testimonia che praticare senza scopo non è senza effetti.

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Questo monaco, mi diceva Graf Dürckheim, praticava fedelmente l'esercizio proposto dal Buddha storico venticinque secoli fa; esercizio che in Pali (2) è indicato con l’espressione: AñaPañaSati

AñaPaña? Non è qualche cosa: è la respirazione. È questa azione vitale che non è qualcosa,
Non è un esercizio di respirazione inventato dall’uomo; è per il maestro zen Hirano Roshi la firma della Vita. La Vita che non è qualcosa ma il PASSAGGIO da IoInspiro a IoEspiro (in un’unica parola perchè non c’è distanza nè scarto temporale tra il soggetto e il verbo).

Sati? Forse è importante cominciare col dire cosa non è. Sati non è nè la coscienza DI qualcosa, nè la concentrazione su un oggetto, nè la meditazione nel senso di una pratica mentale che si appoggia sul pensiero, nè l’impegno, in questo processo, di ciò che viene chiamato spirito in opposizione a ciò che viene chiamato corpo.

Sati indica l’atteggiamento ad accogliere, l’azione di contemplare (cioè di vedere, di intendere, di sentire, di essere in contatto con ciò che è visto, inteso, sentito, contattato ... senza esame di ciò che è visto, inteso, sentito, contattato).
Sati, è l’approccio sensoriale al reale. Un approccio pre-mentale al reale attraverso la coscienza SENZA di. È la coscienza che è all’origine, all’inizio della nostra esistenza.

Lo Zen vi interessa? In questo caso dovete sapere che andrete a confrontarvi con una equazione radicale; nella lingua giapponese: sanzen = zazen!
Il che significa "Cercare di comprendere profondamente lo zen non è nient’altro che praticare zazen" (Dogen).

Esigenza particolarmente difficile dal momento che, quando l’uomo occidentale si rapporta alle pratiche, agli usi, ai precetti, alle direttive, agli esercizi propri delle tradizioni dell’Oriente o dell’Estremo-Oriente, egli si chiede subito come potrà integrarli nel quadro delle sue convinzioni, delle sue certezze, delle sue credenze, delle sue abitudini; in una parola nella sua comprensione. Spesso sento dire: "Io sono interessato alla Leibtherapie, ma come integrerò questa terapia nella mia maniera di affrontare l’anatomia, la fisiologia così come la considera la medicina sperimentale?"

"Io sono interessato a zazen, ma come integrerò questo esercizio nella mia psicanalisi?"
"Zazen mi interessa, ma come integrerò questa pratica meditativa con la mia fede?"
"Io voglio tanto praticare zazen, ma potete dimostrarmi con misure quantitative, scientifiche, che ciò che si dice di questo esercizio non è che soggettivo?"

La mia risposta? "Osate praticare zazen!". Fino al giorno in cui farete l’esperienza che quando praticate zazen il corpo, il corpo vivente nella sua globalità e unità (Leib) prende la forma della calma....

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(1) Lettera d'Instant en Instant N° 96 - Ottobre 2021
(2) il pali fu scelto dal Buddha per diffondere i suoi insegnamenti.

Traduzione dal francese a cura di Delfina Lusiardi