Il Maestro Zen!

Jacques Castermane

Poco tempo dopo il suo arrivo in Giappone, Graf Dürckheim viene introdotto nel mondo dello Zen; comincia la pratica di Kyudo, di zazen, della calligrafia.
Riprendendo contatto con questo studioso dello Zen, il Professore Daisetz Teitaro Suzuki – che gli aveva detto che non si può accedere alla comprensione dello Zen se non praticando zazen – gli espose una deduzione preliminare: "L'uomo in cerca di senso non è nella situazione di un pesce che cerchi l’acqua?".

Detto altrimenti, non corriamo il pericolo di cercare molto lontano ciò che più vicino? La risposta di D.T. Suzuki merita la nostra attenzione: "Sì, è questo. Ma è anche altro. Quando un uomo è in cammino verso la verità, è l’acqua che cerca l’acqua!".
Non si tratta qui di ciò che è vicino; si tratta dell’intimo, del più che intimo.

Non si tratta più di un approccio dualistico che oppone il ricercatore e il ricercato. Tornato in Occidente Graf Dürckheim scrive: "Noi diciamo tranquillamente che l’uomo cerca se stesso. Ma fintanto che il ricercatore è altro dal ricercato, non può trovare se stesso ". Un’avvertenza che non può né evitare né rimuovere ogni persona che pratica e insegna attività come lo Yoga, il Tai-chi-Chuan, il Chi-Gong o una pratica artistica, artigianale o marziale propria della tradizione giapponese. Fintanto che si oppone colui che cerca all’oggetto della sua ricerca, ciò che si ritiene essere la Via dello Zen è un vicolo cieco esistenziale.

Quando, come si vede oggi, l’insegnamento di queste pratiche ancestrali, che affondano le loro radici nelle tradizioni dell’Estremo-Oriente, è affidato a degli istruttori certificati in seguito a una formazione di qualche week-end, si pone veramente la questione del Maestro! Un appellativo che ho pronunciato molto spesso, dall’età di sei anni, nella relazione con il nostro maestro; questo maestro sul cammino dei saperi che i bambini, oggi, interpellano senza ritegno con il nome proprio.

- "Graf Dürckheim, qual è per voi la differenza tra il maestro e il discepolo?"
- "La differenza tra colui che si chiama maestro e colui che si chiama discepolo? Non ce n’è. I due sono sullo stesso cammino. Sì, i due sono sullo stesso cammino; ma in colui che si chiama ‘il maestro’ questo si vede già un po’ di più".

La parola maestro ha ancora un posto, sebbene piccolo, nella nostra società. E’ l’abito del mestiere dell’avvocato, del notaio. Dimenticato nell’ambito artigianale, ha ancora un posto nell’ambito artistico ; si parla del maestro di danza, del maestro di musica.
E, se si parla del professore di Judo (sport olimpico), si parla ancora del maestro d'Aïkido, del maestro di Kyudo (il tiro con l’arco), del maestro del Chado (la cerimonia del té), del maestro Zen. Più che un problema di linguaggio, si tratta di una differenza di rapporto con la disciplina praticata e una differenza di relazione con l’insegnante.

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In Occidente, le parole pedagogia, metodologia, didattica, inquadrano la formazione degli insegnanti e dei terapeuti. Noi siamo abituati, quando poniamo una domanda a colui che insegna una materia o un esercizio, a ottenere una spiegazione; allo stesso modo ci aspettiamo dal medico, dallo psicoterapeuta dal quale andiamo per una visita, che ci spieghi la causa del nostro mal-essere e che ci spieghi come liberarci dai sintomi della nostra sofferenza.

Quando ponete una domanda a un maestro Zen (e io ho vissuto questa situazione durante più di vent’anni nella relazione con Graf Dürckheim) raramente ricevete la risposta che... voi stessi avevate immaginato, che attendete o sperate.

Un esempio:
Non vi sentite bene nella vostra pelle, soffrite d’insonnia, siete agitato, immerso in una inquietudine latente e, dopo la lettura di un libro Zen avete l’impressione, l’intuizione che un maestro Zen potrebbe aiutarvi. Il maestro Zen dopo avervi non soltanto ascoltato ma capito, vi dice : "Io non posso guarirvi e non ho niente da insegnarvi. Perchè, in realtà, non c’è problema."
La vostra impressione è che questo uomo non abbia alcuna compassione e che inoltre faccia di tutto per irritarvi. In realtà è un uomo onesto; egli vi confessa che non ha dottrina e che non ha niente da vendervi.
Se insistete, allora vi propone non un cammino da seguire ma un cammino da tracciare per liberarvi dall’identificazione con l’ego che è la causa maggiore delle nostre sofferenze. Vi proporrà di praticare zazen. Un esercizio nel corso del quale non vi trasmetterà un sapere o un saper-fare, ma nel corso del quale egli condividerà la sua conoscenza.
Il Maestro? Se è un maestro non impone una teoria, non vi assoggetta a una credenza o a un dogma; il maestro condivide la sua conoscenza! Conoscenza acquisita nel corso della vita consacrata a un cammino d'esperienza e d'esercizio.

Altro esempio:
Capita anche che quando aspettate da un Maestro Zen una spiegazione chiara per una domanda precisa egli si accontenti di sorridere e vi dica: "Non so! Veramente, non so! Ma mi piacerebbe raccontarvi quello che ho fatto ieri sera...".
"Ieri, ho passato la serata al Théâtre des Champs Élysées. Una delle opere proposte nel corso del concerto era Danse sacrée et danse profane di Claude Debussy. Fin dalle prime battute la mia vita interiore mi sembrava nello stesso tempo essere stimolata e pacificata. Una specie di vibrazione interiore mi liberava, istante per istante, dalle preoccupazioni della giornata. I suoni che emanavano dall’arpa erano come quelle onde che, quando avanzate fino ad avere l’acqua fino alle spalle, vi sollevano, vi trasportano per posarvi in seguito un po’ più lontano, disteso e gioioso. La melodia, indubbiamente, liberava dal più profondo di me stesso una grande calma. Dire che faceva bene, che era bello, non avrebbe alcun senso. Era ben più... era!
Era? Un’esperienza di pienezza! Era? L'impressione di sentirmi in ordine, semplicemente in ordine senza dover fare niente per questo. Era? Un’esperienza indicibile; tanto più che facevo l’esperienza di essere-una-cosa-sola-con l’opera, una-cosa-sola-con il suono, una- cosa-sola-con l’arpista, una-cosa-sola-con ogni solista, una-cosa-sola-con tutto.

Io potrei dire anche una-cosa-sola-con niente; niente che sarebbe qualche cosa. E’ straordinario, sorprendente sentirsi essere SÈ e soprattutto ME.

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E poi ?

Arrivato a casa, sorridendo, mi dicevo che avevo pagato il mio posto, ma che i musicisti, gli artisti non vendono niente. Essi vi propongono e non possono che proporvi dei suoni. Dei suoni che sono il frutto di un allenamento quotidiano, della ripresa della scala ogni giorno. Affinché il suono non sia più qualcosa di esteriore; finché il suono prende la forma di colui che lo suona e l’artista che suona prende la forma del suono. Questo passaggio dall’opposizione, dalla separazione all’unione avviene parimenti tra il gruppo orchestrale, il suo direttore, il compositore e l‘ascoltatore.

Quando vi propongono un’opera, né il direttore d’orchestra né i musicisti cercano di convertirvi; non pretendono che la musica di Debussy sia la migliore, più vera, più bella di quella di Mozart o di Beethoven. Proponendovi dei suoni, vi offrono un momento di vita che si situa al di fuori delle grandi domande: "Perchè sono nato? Perchè devo morire? Qual è il senso della vita?" che sono all’origine dell’angoscia e degli stati che l’accompagnano. Quello che vivete, in questo momento, per questo momento, dà senso al semplice fatto di essere vivente e all’ascolto. È questo ‘vivere pienamente il presente’? Sì. E quando ascolto Danse sacrée et danse profane il momento presente scorre, scorre, scorre, per una ventina di minuti. Ciò non è altro che il... passaggio.

Nel corso di questa serata musicale questo io che dice ‘io sono io e voglio restare io’ si è trovato immerso nel... passaggio.
Ovviamente, vi si dirà che tutto questo non è che soggettivo, non è vero? Che fareste meglio ad interessarvi alle scoperte scientifiche; imparerete che il suono "DO" è "256 oscillazioni al secondo"! Si tratta qui di una misura quantitativa, sperimentale, razionale.

Signor Professore, l'esperienza di una qualità, di una qualità d’essere come per esempio la calma interiore, non è che soggettiva; è un’esperienza che mi tocca e mi trasforma; è un’esperienza vissuta in quanto soggetto.

Vi ricordate della domanda posta al maestro Zen ? "Potete spiegarmi cos’è lo Zen, l’esercizio del monaco Zen, la vita del monaco Zen, l’esperienza chiamata satori?"
È ancora utile porre queste domane dopo aver sentito la non-risposta che il maestro Zen dà alla vostra domanda ?

Se sì, questa sarà una buona ragione per praticare zazen domani mattina. Se no, questa sarà una buona ragione per praticare zazen domani mattina.

Traduzione dal francese a cura di Delfina Lusiardi